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Si tratta solitamente di donne, ma sono in aumento anche gli uomini, che hanno un tema basico di vita, in cui l’autostima e il senso di valore personale vengono percepiti come sensazione di avere o no un controllo sull’assunzione del cibo.

Quest’ultimo è per lo più vissuto come pericoloso e minaccioso per il fisico, in quanto è in grado di renderlo più o meno accettabile al giudizio degli altri. È infatti il tema di giudizio a condurre la vita di questi soggetti che tendono ad autoriferirsi qualsiasi esperienza di vita, come se tutto dipendesse da loro.

Qui si inserisce un bisogno smodato di perfezione e una suscettibilità alla frustrazione, che viene vissuto come sentimento d’inadeguatezza. Si tratta di personalità in cui il bisogno di conferme e la paura delle disconferme che derivano dall’esterno sono preponderanti su tutti gli altri possibili vissuti. Anche i rapporti affettivi vengono percepiti lungo questo continuum di bisogno di conferma. Riconoscere una persona che soffre di un disturbo alimentare psicogeno di cui l’anoressia è una delle facce, lo si può fare attraverso la valutazione del peso corporeo che in alcuni casi può raggiungere i 35 Kg. in un soggetto di statura media e in età adulta, oppure giungere all’obesità conclamata. Due facce di una stessa medaglia che vede le prime vincenti in una lotta contro il cibo, le seconde così perdenti da non riuscire neppure ad ingaggiarla una lotta. La lotta contro il cibo rappresenta solo l’epifenomeno di situazioni relazionali altrettanto conflittuali, in cui la conflittualità non è vissuta nei confronti della relazione stessa ma più concretamente con il cibo. In altre parole la rabbia prodotta da alcuni rapporti affettivi non viene riconosciuta a livello cosciente ed astratto ma percepita sottoforma di “fame.

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